Un organo simile al cuore


Una volta in una poesia ha scritto: “La sua carne è del pallore della luna, i suoi capelli, boccoli rossi, come ricordi sbiaditi nel sangue”, ce l’ho ancora, la tengo sempre con me. Quando l’ho letta la prima volta, il cuore ha sussultato oppure ho sussultato proprio io intera, e la gola si è stretta forte, mi ricordo che un istante prima ero terrorizzata, mi ricordo che il respiro si è fermato di colpo dopo un pesante ansimare.
Io l’ho visto arrivare proprio il primo giorno in cui è arrivato, era come se dovesse per forza finire qui, poi sono successe tante cose, alcune belle e altre bruttissime.
Mi ricordo bene di quando è sceso dall’auto e poi si è trascinato dentro a quella casa, mentre tutto intorno c’era tutto quel rumore e quel correre e quel muoversi che era esploso e poi si era spento come succede in un sogno. Però non ricordo quello che ho pensato. Sono sicura che prima o poi me lo ricorderò, che dirò, ecco, ecco questo è quello che ho pensato, sono sicura che sia importantissimo ma non riesco a ricordarmelo.
L’ho sempre trovato strano, per dire la verità l’abbiamo trovato tutti strano, per dire la verità verità, era davvero strano e cupo e strano, però posso dire che aveva un cuore immenso, forse era anche troppo grande, quindi gli faceva troppo male perché non è tanto facile avere un cuore immenso e sopravvivere con un cuore immenso a tutti i giorni brutti, alla vita, a tutte quelle cose che succedono e a tutte le cose tremende del mondo.
Lui nel cuore c’ha infilato tutto, ogni cosa, le cose sue e anche le nostre. Un giorno qualcuno prenderà quel cuore e inizierà a leggerlo e ci troverà dentro tutto il dolore del mondo.
Mi ricordo di una volta che siamo rimasti a guardare la luce che piano piano si faceva più cupa, proprio oltre la collina, proprio al liminare del bosco. Mentre l’oscurità diventava più pesante, ho visto il suo volto sparire lentamente, i suoi lineamenti liquefarsi di nero, poi è venuto così buio che non riuscivo più a capire dove finivo io e dove iniziava lui.


Immagine @Raffaele Rutigliano


Il bambino maschera



Il bambino corpo aveva moltissimi volti, ne aveva fin da piccolo e ne indossava di differenti a seconda della necessità. 
Nonostante fossero state causa di innumerevoli problemi nel passato (tra cui i dialoghi con quell’uomo privo di alcun talento), le facce maschera del bambino mostro erano state in qualche modo accettate. Il suo arrivo nelle stanze con in faccia una strana costruzione nera, o uno sfavillio di colori dal verde al bordeaux, il numero dei suoi occhi e delle sue bocche, erano come fantasmi, la visione di uno spettro, incutevano uno strano rispetto, una silenziosa riverenza, come quella che si dimostra a un Dio, a un pazzo, a uno stregone.

La vecchia, il corpo, la luna




La vecchia si è voltata verso la porta della casa, poi è schizzata via in uno scatto ancora più impetuoso. Si è udito un grido, la sua vestaglia bianca ha danzato bianca, mossa da un vento tiepido che soffiava nella sera. Il mondo era rossastro, poi è diventato blu, poi nero. Davanti alla prima luce lunare la vecchia sembrava uno spettro, sotto la vestaglia era nuda, e nel movimento lungo della gamba la sua veste si è scostata e ha lasciato il suo sesso peloso e nudo mostrarsi nudo alla luce della luna, dietro di lei c’erano altre tre figure umane. Correvano, gridavano, si esibivano in movimenti nervosi tentando di accerchiarla. Per un istante davanti  alla collina, si è intravista un’auto nera, dentro c’era un bambino cadavere, un bambino giallo e morto che viaggiava su un carro da morto in direzione della casa.
La vecchia ha lanciato un urlo spaventoso, un brivido gelido ha percorso la schiena delle tre creature umane, di colpo si sono fermate, esitando, scambiandosi sguardi di terrore. Poi si sono rimesse all'inseguimento.

L’auto nera è scomparsa dietro alla collina nera.

Una scultura di cenere

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La nostra conversazione, il nostro riscoperto amore venne bruscamente interrotto dall'ingresso della zia nella stanza. Entrò e quando entrò, vidi il suo volto prima farsi adirato, poi calmarsi lentamente, mutare in uno stato di shock e meraviglia, smorfiarsi, cambiare fino a diventare un’espressione di gioia, una luminosità nuova.


Aveva visto la nonna, aveva visto i suoi occhi e probabilmente non vedeva quegli occhi da almeno dieci o venti o cento anni. La nonna era la nonna, era sua mamma, per un minuto o dieci secondi o un istante, la bambina zia aveva incontrato di nuovo la madre. Non quella forma pazza e pericolante, quel cumulo di macerie umane fatto di grida di terrore che gelavano il sangue degli inquilini nel cuore di innumerevoli notti. Sua madre, mamma, mammina la sua forma più pura. Una creatura che sembrava uscita da un bosco fatato o dagli sterili camici di un manicomio psichiatrico, la dottoressa che aveva portato capelli corti e abiti mascolini, che aveva fatto scintillare quei suoi occhi di gioia, di pianto, di malinconia. Una figura lunga e solida, una donna che aveva cresciuto due figlie e un figlio da sola, una donna forte e dura che era parsa per un tempo indefinibile come una statua d’acciaio, un colosso incrollabile, che però poi era crollato, come crollerebbe un mucchietto di sabbia, o come la cenere, quando vola via soffiata dal vento.

La fragilità dei mostri

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Certe volte l’orrore può diventare qualcosa di caldo, di familiare. Io ho cercato l’orrore per tutta la vita, inseguendo i pensieri più perturbanti, perdendomi nelle riflessioni più oscene, fantasticando su cose indicibili fino ad arrivare a sfiorarle.
Quello che ho trovato però al culmine massimo della mia febbrile ricerca, è stato qualcosa d’altro; qualcosa di diverso da un mostro o da un oscuro abisso, ho trovato qualcosa di vivo, qualcosa di morbido e gonfio, similmente a un cuore o  a mia nonna o alle vicende che hanno coinvolto questa terra, queste mura, questo legno marcio e nero su cui adesso poggiano i miei piedi gelati.
Di recente ho cominciato a pensare che le cose più orrende prendano questa forma solo per difendersi, è una specie di difesa mostruosa, quello che fanno non è mostrarsi o annunciare, anzi si mostrano di più per nascondersi meglio, come fanno certi animali per spaventare il nemico, o certi uomini per nascondere la loro fragilità segreta. I mostri sono soli e disperati e soli, i mostri sono creature di pura malinconia, e così sono gli uominimostro.

Io sono un mostro, ho vissuto tutta la mia vita come un mostro, e la concluderò da mostro, scrivendo queste ultime righe con le mie dita mostruose.


I pensatori


"Ci voleva il cuore dei morti per completare il nostro lavoro.

Quanto tempo speso dentro a interminabili pensieri, quanti luoghi ancestrali le nostre menti avevano sfiorato.

Simili a cetacei giganteschi che galleggiavano dentro a profondità abissali, loro erano rimasti lì ad attenderci. 

Eravamo stati noi a modificarci in ogni modo a proseguire in esperimenti aberranti, a pensare così intensamente all'orrore dal diventarlo noi stessi.

Con la nostra combriccola, il nostro gruppo di giovani dottori, avevamo piegato con violenza le nostre anime verso livelli di disperazione impossibili, avevamo deciso noi la nostra nuova forma. 
L'anima si era fatta carne mentre la nostra percezione si muoveva ormai come un pensiero tattile e odoroso.
Il nostro corpo si faceva sguardo e poi gusto, per tastare come una lingua abominevole, infinite tonalità di buio".



Il Giardino, Fantasmi-Estratto



Il giardino




Il giardino credo di averlo visto fin da bambino. Come di sfuggita, una forma vista e subito dimenticata, un santuario gelido che si intravedeva sulla strada che percorrevamo tutti per tornare a casa, come il ricordo di un sogno, una cosa che ti sei scordato e che ti sei dimenticato anche di esserti dimenticato, ma che è lì presente, in una forma evanescente e fantasmatica come una specie di ombra.

Il giardino si intravede da una grata di pietra, devi fermarti a guardarlo per notarlo, e allora lui si mostra come se si disvelasse pietrificato nella sua decadenza naturale, nei suoi alberi tagliati in modo rozzo, nell'erba arida e grigiastra, nelle grosse mura di pietra che sembrano appartenere a una realtà sbagliata.

Credo che io, anzi tutti noi, abbiamo dimenticato il giardino per un lunghissimo tempo. In qualche modo però l'esistenza del giardino ha continuano ad agitarsi come un'anguilla nera sotto la superfice del nostro pensiero o dell'illusione di tale pensiero fino a riemergere in maniera travolgente e andarsi a collegare ad un tempo seppellito e nero, un tempo pietrificato dove tutti noi siamo lì, immobili, estasiati e terrorizzati, paralizzati dalla meraviglia, ad attendere qualcosa con occhi bramosi e bocche spalancate da un orrendo stupore.

***

La fine dell'innocenza, su Crapula Club





Buio: un tonfo sordo scuote il silenzio.

Qualcosa mi svegliò nel cuore della notte.
Mi alzai a sedere con le coperte che mi coprivano fino al petto mentre un leggero freddo scivolava sulla parte nuda del mio corpo. Mi guardai intorno, cercai di vedere meglio, di osservare la figura che si trovava a pochi metri da me immersa nella penombra ma leggermente illuminata dalle poche luci che filtravano dalla finestra. Quella cosa era vicina, così vicina da potermi quasi toccare.
Inorridii.
Mi sentii cogliere dal panico, rimasi immobile per minuti con le coperte sopra la testa, tremando, nella speranza infantile che quel centimetro di lana potesse proteggermi, nella speranza che una volta aperti di nuovo gli occhi quella cosa sarebbe scomparsa.
Passò del tempo, abbassai il lenzuolo e detti un’altra occhiata: pensai che stessi sognando, o che almeno fino a pochi minuti fa avessi sognato, guardai.
La cosa era ancora lì, immobile, non c’era dubbio che fosse lì, adesso la vedevo chiaramente, deve essere morta, qualsiasi cosa sia, pensai, deve essere morta.
Cercai di rimanere immobile, cercai di svegliarmi, ma alla fine mi resi conto dell’impossibilità di sfuggire a quella presenza, potevo rimanere lì anche per ore ma prima o poi avrei dovuto andare in bagno o mangiare o comunque spostarmi, rimasi a riflettere ancora un po’ e alla fine decisi di affrontarla.
Sgusciai fuori dalle coperte con cautela e mi sporsi con la testa dal fondo del letto, allungai il collo cercando di tenermi ancorato al materasso, cercando di evitare il contatto col terreno, la mia vista si abituò al buio, guardai ancora e fu allora che la vidi.

Stava lì, vicino all’armadio, illuminata dalla luce della luna che filtrava dalla finestra.
Era piccola, della statura di un bambino. La pelle era nera, un nero puro, irreale.
Ai piedi portava un paio di scarpette, un vestitino rosso con le bretelle copriva il corpo immobile, le mani erano avvolte da due grossi guanti bianchi e la testa… la testa era grande, rotonda, con due orecchie enormi, orecchie da topo.
Ero sicuro di essere impazzito. Allungai la mano e la toccai, o meglio lo toccai…

Mi accorsi che era freddo, freddissimo. [...]

Mentre l'Italia Brucia, recensito da Antonio Russo De Vivo, su Crapula Club



“Più mi guardo intorno e più mi pare tutto confuso, non posso dire esattamente quando sia iniziato e non posso nemmeno affermare che qualcosa sia effettivamente successo o cambiato o che qualcosa ci sia, quello che posso dire è che forse tutto può essere ricondotto all’infamia di piazzale Loreto, se vogliamo cercare la prima piega, la crepa che ha dato vita al crepaccio sta lì, in quel momento abbiamo perso l’identità, il popolo si è travestito da qualcos’altro, prima con la reazione bestiale poi lavandosi le mani dei fatti, come Ponzii Pilati, facendo finta di aver vinto qualcosa.
[…]
La cosa che più mi spaventa è che è come se stessimo cercando di aggiustare le cose dopo che le cose sono andate completamente storte. Siamo apparecchi rotti che cercano di aggiustare macchinari rotti ma se tutto è rotto la nostra prospettiva è rotta e non so se la soluzione sia effettivamente una soluzione o solo un’aggravante.”
[pp. 85-6]
Mentre l’Italia brucia di Uduvicio Atanagi – autore misterioso, avanguardista e cultore della fantascienza, pare – ha un inizio che ricorda Ginger e Fred (1985) di Federico Fellini: un gruppetto di personaggi dal passato televisivo ai limiti del trash e ormai falliti intraprende un viaggio per partecipare a una trasmissione Mediaset dedicata alle vecchie glorie. C’è il grottesco, tipico del regista, portato però ai massimi livelli, fino alla volgarità, e si sente la mancanza di quella patina poetica sempre presente nella cinematografia del riminese. Questo è solo uno dei diversi limiti di un’opera che scintilla di buoni spunti, di diverse idee, ma che nel complesso non funziona.
Atanagi concettualizza bene la decadenza irrimediabile dell’Italia, che è quanto più gli interessa, e riesce quando si concede certe pause di analisi filosofico-socio-antropologiche che a tratti ricordano Giuseppe Genna (ad esempio il riferimento, sopra, a piazzale Loreto), ma il plot, troppo frammentario, soffre: la coralità regge a fatica.
Altro limite è l’accerchiamento di Silvio Berlusconi, il Colpevole o il Capro Espiatorio, fantasma richiamato sin dalla progettazione dell’opera che individua nella società dello spettacolo televisivo l’annichilimento definitivo degli abitanti/spettatori del ‘belpaese’. Leggendola oggi, in uno scenario diverso rispetto all’epoca berlusconiana, c’è l’impressione che il tutto sia fuori tempo massimo, pur non potendo non cedere alla fascinazione di certi ragionamenti.
Il romanzo, a dispetto dei limiti, giustifica almeno in parte la sua lettura quando ci mette in contatto/conflitto con il vero fantasma della società italiana: il cattolicesimo. Atanagi in questo caso usa bene le armi, affilatissime, del grottesco; indimenticabile l’immagine della bambola gonfiabile con le fattezze di Cristo in grado di simulare la passione, prodotto di sicuro successo e utilissimo agli italiani, eternamente in conflitto con il complesso di colpa.



Uduvicio Atanagi
Mentre l’Italia brucia
Bologna, Meridiano Zero, 2016
pp. 120