La fine dell'innocenza, su Crapula Club



Buio: un tonfo sordo scuote il silenzio.
Qualcosa mi svegliò nel cuore della notte.
Mi alzai a sedere con le coperte che mi coprivano fino al petto mentre un leggero freddo scivolava sulla parte nuda del mio corpo. Mi guardai intorno, cercai di vedere meglio, di osservare la figura che si trovava a pochi metri da me immersa nella penombra ma leggermente illuminata dalle poche luci che filtravano dalla finestra. Quella cosa era vicina, così vicina da potermi quasi toccare.
Inorridii.
Mi sentii cogliere dal panico, rimasi immobile per minuti con le coperte sopra la testa, tremando, nella speranza infantile che quel centimetro di lana potesse proteggermi, nella speranza che una volta aperti di nuovo gli occhi quella cosa sarebbe scomparsa.
Passò del tempo, abbassai il lenzuolo e detti un’altra occhiata: pensai che stessi sognando, o che almeno fino a pochi minuti fa avessi sognato, guardai.
La cosa era ancora lì, immobile, non c’era dubbio che fosse lì, adesso la vedevo chiaramente, deve essere morta, qualsiasi cosa sia, pensai, deve essere morta.
Cercai di rimanere immobile, cercai di svegliarmi, ma alla fine mi resi conto dell’impossibilità di sfuggire a quella presenza, potevo rimanere lì anche per ore ma prima o poi avrei dovuto andare in bagno o mangiare o comunque spostarmi, rimasi a riflettere ancora un po’ e alla fine decisi di affrontarla.
Sgusciai fuori dalle coperte con cautela e mi sporsi con la testa dal fondo del letto, allungai il collo cercando di tenermi ancorato al materasso, cercando di evitare il contatto col terreno, la mia vista si abituò al buio, guardai ancora e fu allora che la vidi.
Stava lì, vicino all’armadio, illuminata dalla luce della luna che filtrava dalla finestra.
Era piccola, della statura di un bambino. La pelle era nera, un nero puro, irreale.
Ai piedi portava un paio di scarpette, un vestitino rosso con le bretelle copriva il corpo immobile, le mani erano avvolte da due grossi guanti bianchi e la testa… la testa era grande, rotonda, con due orecchie enormi, orecchie da topo.
Ero sicuro di essere impazzito. Allungai la mano e la toccai, o meglio lo toccai…
Mi accorsi che era freddo, freddissimo. [...]

Mentre l'Italia Brucia, recensito da Antonio Russo De Vivo, su Crapula Club



“Più mi guardo intorno e più mi pare tutto confuso, non posso dire esattamente quando sia iniziato e non posso nemmeno affermare che qualcosa sia effettivamente successo o cambiato o che qualcosa ci sia, quello che posso dire è che forse tutto può essere ricondotto all’infamia di piazzale Loreto, se vogliamo cercare la prima piega, la crepa che ha dato vita al crepaccio sta lì, in quel momento abbiamo perso l’identità, il popolo si è travestito da qualcos’altro, prima con la reazione bestiale poi lavandosi le mani dei fatti, come Ponzii Pilati, facendo finta di aver vinto qualcosa.
[…]
La cosa che più mi spaventa è che è come se stessimo cercando di aggiustare le cose dopo che le cose sono andate completamente storte. Siamo apparecchi rotti che cercano di aggiustare macchinari rotti ma se tutto è rotto la nostra prospettiva è rotta e non so se la soluzione sia effettivamente una soluzione o solo un’aggravante.”
[pp. 85-6]
Mentre l’Italia brucia di Uduvicio Atanagi – autore misterioso, avanguardista e cultore della fantascienza, pare – ha un inizio che ricorda Ginger e Fred (1985) di Federico Fellini: un gruppetto di personaggi dal passato televisivo ai limiti del trash e ormai falliti intraprende un viaggio per partecipare a una trasmissione Mediaset dedicata alle vecchie glorie. C’è il grottesco, tipico del regista, portato però ai massimi livelli, fino alla volgarità, e si sente la mancanza di quella patina poetica sempre presente nella cinematografia del riminese. Questo è solo uno dei diversi limiti di un’opera che scintilla di buoni spunti, di diverse idee, ma che nel complesso non funziona.
Atanagi concettualizza bene la decadenza irrimediabile dell’Italia, che è quanto più gli interessa, e riesce quando si concede certe pause di analisi filosofico-socio-antropologiche che a tratti ricordano Giuseppe Genna (ad esempio il riferimento, sopra, a piazzale Loreto), ma il plot, troppo frammentario, soffre: la coralità regge a fatica.
Altro limite è l’accerchiamento di Silvio Berlusconi, il Colpevole o il Capro Espiatorio, fantasma richiamato sin dalla progettazione dell’opera che individua nella società dello spettacolo televisivo l’annichilimento definitivo degli abitanti/spettatori del ‘belpaese’. Leggendola oggi, in uno scenario diverso rispetto all’epoca berlusconiana, c’è l’impressione che il tutto sia fuori tempo massimo, pur non potendo non cedere alla fascinazione di certi ragionamenti.
Il romanzo, a dispetto dei limiti, giustifica almeno in parte la sua lettura quando ci mette in contatto/conflitto con il vero fantasma della società italiana: il cattolicesimo. Atanagi in questo caso usa bene le armi, affilatissime, del grottesco; indimenticabile l’immagine della bambola gonfiabile con le fattezze di Cristo in grado di simulare la passione, prodotto di sicuro successo e utilissimo agli italiani, eternamente in conflitto con il complesso di colpa.



Uduvicio Atanagi
Mentre l’Italia brucia
Bologna, Meridiano Zero, 2016
pp. 120


Quello che si scopava mia madre

 

© illustrazione di R.Rutigliano


Sai che tua madre era una strega? Sai che tua madre ha fatto parte del partito comunista di Katmandu e dell’insurrezione di Teheran? E ancora, sapevi che tua madre scriveva poesie?
Quello che si scopava mia madre se ne usciva fuori così ogni volta e ogni volta sembrava perdersi in qualche ricordo lontanissimo, la sua testa ondeggiava come quei cani di plastica che vendono nei grandi magazzini e io non riuscivo a capire, cercavo di immaginare e immaginarla, cercavo di capire che tipo di tempo e che tipo di colori e che odori avesse potuto respirare e mi chiedevo io dove stavo andando e mi chiedevo io che cosa stessi diventando esattamente.
Come poteva averla amata se non sapeva niente di lei mi domandavo, però poi capivo che lui sapeva moltissime cose di lei, infinite cose di lei, la conosceva come si conosce il libro più amato, come un film che non smetteresti mai di guardare, ma nonostante tutto, anche adesso che se ne era andata continuava a scoprire frammenti, piccoli particolari, segreti e storie seppelliti nei suoi innumerevoli taccuini, nei cassetti col doppio fondo, negli amici che la venivano a cercare, nelle pubblicazioni sotto pseudonimo, negli articoli di giornale raccolti per anni con quelle strane notizie che forse parlavano di lei.
Aveva frequentato sette e fondato avanguardie, sai che tua madre è stata in prigione? Sai che tua madre ha viaggiato sulla Transiberiana? Sai che quel pezzo di Bowie in realtà parla di lei? Lo vedevo perdersi, lo vedevo inseguirla in certe notti come inseguisse un fantasma che corre verso la luna, lo immaginavo tendere il braccio, gridare, restare immobile senza capire perché se ne fosse andata con gli occhi che si riempivano di lacrime che però non riuscivano a cadere, restavano lì, pronte a scivolare ma ancora lì, al limite dei suoi occhi.

L'occhio

C’è un occhio in camera mia.
L’occhio mi osserva sempre, è apparso quando sono tornato da lavoro o forse stava già crescendo prima perché era tanto che non aprivo l’armadio perché nell’armadio c’erano le cose di mia moglie. È tanto anche che mia moglie non mi parla, è tanto che non la vedo, è tanto anche che mi manca, non ci siamo mai separati perché non stava bene però io ora vivo nel mio appartamento e lei vive non so bene dove e con chi e l’altro giorno che poi era tipo un mese fa mi hanno chiamato e mi hanno detto che mi sto divorziando quindi forse ha trovato qualcuno, quindi forse si sta per sposare o qualcosa del genere, quindi forse sono passati più di dieci anni, a volte mi manca, a volte mi sento solissimo, a volte mi sento mancare l’aria e morire[...]

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illustrazione di R. Rutigliano

Illustrazione @Raffaele Rutigliano

Fantasmi su Sdiario

FU QUANDO SI AMMALÒ CHE MIA MADRE INIZIÒ A PARLARE DELLO SPAZIO Fu quando si ammalò che mia madre iniziò a parlare dello spazio. Lo spazio diceva, milioni di pianeti, diceva, anzi no miliardi, diceva. Io la guardavo e mi perdevo nella sua bellezza, mi perdevo nel modo in cui parlava e mentre parlava vedevo lo spazio, vedevo il buio infinito e luminoso e le esplosioni immense e accecanti che nessuno poteva vedere né sentire, vedevo le navi spaziali, i cilindri volanti entrare e uscire dai vulcani di pianeti ghiacciati, dai deserti lavici di pianeti infuocati, sentivo silenzi immensi e poi melodie impossibili e poi le stelle e la scia delle comete che sono le lumache dello spazio, diceva. [...]


Ankara

Che cosa pensano i cani di Istanbul? Dove si perdono i loro occhi malinconici mentre camminano lenti vicino ai lampioni, mentre la loro pelliccia si sporca nel buio della notte. 
Di cosa parlano i cani di Istanbul? E quelli di Ankara? Parleranno di noi? Possono annusare l'amore? Possono vederlo? 
Si ricorderanno di noi? 

Mentre perdo la mia lingua mi accorgo che adesso posso parlare con i cani, mentre volo a 10.000 metri mi appoggi la testa sulla spalla e mi accorgo che la mia unica casa è una distanza di meno di un metro da te, dopo le tue mani mi cercano mentre dormi, dopo il mio cuore esplode mentre ti sento in ogni parte del mio corpo, dopo qualcosa scintilla lontanissimo, nel cielo, per poi perdersi nelle nuvole. 

Ti ho amata a Lucca, a Livorno, ti ho amata a Camaiore e a Pisa, ti ho amata a Catania, a Firenze, a Viareggio, ti ho amata ad Istanbul, ad Ankara.
La tua bocca ha un sapore diverso ogni volta che ti bacio, i tuoi occhi diventano sempre più profondi ogni volta che mi guardi.
Mentre ti osservo camminare decisa, come le tue labbra, per le vie di Istanbul, mentre ti ascolto parlare, mentre imparo a memoria i tuoi nei, la tua pelle, le sfumature della tua voce, il tuo naso, le varie forme del tuo sorriso, delle tue labbra, il modo in cui canti mentre giri per la nostra casa, mentre cammini fiera, elegante, vicino a me.

Mentre ti amo,

io non posso fare altro che seguirti con lo sguardo, che provare ad afferrarti, che tentare di tenere la tua velocità mentre diventi sempre più bella, mentre le luci di mille città sembrano solo un trucco sul tuo viso, 

come se qualcuno le avesse messe lì solo per te, solo per farti ancora più bella.

Gli esseri umani sono fatti per avere quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi, quattro polmoni, due cuori.

Gli esseri umani sono fatti per avere quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi, quattro polmoni, due cuori.

Forse avevano cercato di dircelo chiamando i nostri nomi al microfono mentre il volo stava partendo, io l’ho capito mentre le tue dita erano intrecciate alle mie, la tua testa era poggiata sulla mia spalla, l’hostess passava di fianco ed io istintivamente ti stringevo a me come per proteggerti. 
Ho capito che senza due polmoni non riesco a respirare bene e ho capito che senza quattro occhi sono praticamente cieco, ho capito che non rido bene senza due risate e che non ragiono bene senza due cervelli, ho capito che mi servono due voci e la tua voce poi mi ha seguito per tutta la notte come se qualcosa di te continuasse a parlare dentro di me anche mentre non c’eri.

Qualcuno mangiava al sedile di fianco, dietro una coppia parlava, in cielo non si vedevano stelle, solo dei leggeri bagliori lontani che comparivano di tanto in tanto e intanto te eri bellissima, le orecchie si tappavano e si stappavano ad intervalli regolari e io capivo che quelle mani, quelle dita, quelle braccia, quelle gambe, quei cuori per essere doppi, per funzionare bene dovevano assolutamente essere i tuoi, dovevano  assolutamente essere i nostri. 

La posta del deserto

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Fu quando arrivammo nella zona di Aleppo che conobbi il postino.
Il postino si chiamava Yusuf Hassan e non si capiva da che paese venisse, sembrava un uccello antico, una gru ricurva dal collo lungo e ossuto, sembrava che la vita lo avesse consumato completamente. 
Aveva viaggiato per tutto il deserto, aveva attraversato le città sventrate dalla guerra e camminato da solo la notte sotto milioni di stelle in un buio più buio del buio, aveva vissuto la solitudine più assoluta e in quelle notti doveva avere intravisto anche il volto di Dio, ascoltato le sue parole sussurrate nel vento e nel rumore fresco dei corsi d’acqua che scorrevano come vermi in centinaia di insenature sotterranee.

La posta del deserto è qualcosa di diverso dalla posta tradizionale, l’ha detto Hassan Yusuf bevendo Raki e masticando qualcosa che mi ricordava uno scarabeo o delle mandorle essiccate. La posta del deserto è una rete clandestina paramilitare con ramificazioni nel mercato nero, nel traffico di armi e nei piani più alti e deviati e oscuri dei governi mondiali. 
A volte qualche postino viene catturato e ammazzato, a volte si scopre che è una spia di qualche paese di cui non riesci neanche a pronunciare il nome, a volte altri postini di altre organizzazioni ti tendono imboscate, ti uccidono o ti rubano la posta.
C’è una guerra tra postini del deserto, c’è una guerra tra tutte le organizzazioni postali che lavorano nella terra di nessuno, nelle zone di guerra, in quei luoghi dove non è rimasto più niente e la gente a un certo punto si trova a scrivere lettere con le lacrime agli occhi o con gli occhi secchi perché ha finito anche le lacrime, oppure serrando i pugni pieni di rabbia e di odio e di veleno, oppure poesie che non riesci nemmeno a urlare e allora le scrivi e le spedisci a qualcuno per calmarti, per urlare, o per farti ancora più male.

Che tipo di lettere trasporti, gli ho chiesto una notte mentre mangiavamo una zuppa di cereali che ci avevano preparato un gruppo di beduini in cambio di una bottiglia di benzina.
Lettere d’amore, ha risposto lui continuando a masticare. La sua voce era sottile e ruvida, come un sussurro che ti passa per le orecchie grattandotele dentro.
Di cosa vuoi che parli la gente? Guardati intorno, ha detto allungando il braccio come verso qualcosa che io non potevo vedere ma che nei suoi occhi bruciava come una cicatrice, ha sorriso di un sorriso che non capivo se era amaro o se nascondeva tutta la speranza dell'universo. 
La gente vuole parlare d’amore. Non c’è altro, non c’è altro oltre all’amore.

Lo Scoprione parlava poco, il negro albino danzava alla luce della luna che sembrava si stesse per schiantare sulla terra, io mi sentivo strano, lo stomaco in subbuglio, una strana eccitazione nel petto che a volte sembrava travolgermi come una marea, e non era stata la droga, era  una strana incertezza, una sensazione che mi saliva nel petto e che ributtavo giù deglutendo istintivamente come se stessi per vomitare o per urlare.

Amore, ho detto come se parlassi con me stesso. 
La parola ha risuonato come vibrasse nella terra, come vibrasse dentro ognuno di noi, ho guardato ancora il postino e mi sono immaginato quell’uomo camminare curvo con il suo sacco sulla schiena, attraversare le strade piene di carri armati carbonizzati, guardare i missili bruciare il cielo in certe notti orrende seguite da grida e ambulanze, annusare la polvere che si alza nelle città in quell’istante dove tutto diventa silenzioso e immenso, pagare dazi per attraversare i confini sotto lo sguardo spento dei guerriglieri sfiniti, raggiungere le montagne, scendere per le vallate in solitudini infinite. 
L’ho immaginato che camminava con i piedi che sanguinavano negli scarponi, schiacciato dal suo sacco di lettere pieno di lettere piene di parole d’amore.

Delle volte il postino recitava poesie da solo, mi ricordo la sua voce che risuonava melodica mentre cantava poesie italiane, spagnole, greche, francesi, poesie turche e inglesi, poesie in latino e in volgare, poesie in arabo e in persiano. Non scoprii mai dove le aveva imparate, non capii mai se le inventava o le sapeva a memoria. 
Il postino lo ammazzò un colpo di mortaio mentre raggiungevamo una zona controllata da una divisione impazzita dei S.A.S., ricordo che quella notte bevemmo vodka russa e giocammo ai dadi.
Ricordo che lo seppellii io, che gli coprii la faccia con la terra e che mentre gliela ricoprivo la sua faccia così strana e complicata mi sembrava che si potesse muovere, mi sembrava che da un momento all’altro avrebbe cominciato a recitare poesie.

Parte del sacco andò distrutta, l’altra parte la recuperai io, gli indirizzi si leggevano male e non riuscivo a tradurli, mi presi la responsabilità di quelle parole, le lessi tutte, una ad una, innamorandomi ad ogni parola, immaginando quegli amanti, immaginando quegli amori. 
A volte cercavo di trovare i veri destinatari, ne trovai uno in un villaggio vicino al confine Afghano, era morto qualche giorno prima, lasciai la lettera a suo padre e mentre gliela lasciavo ebbi la sensazione che se lo avessi toccato quell'uomo sarebbe andato in pezzi, come una statua di sabbia, cercai di non guardarlo negli occhi, abbassai la testa e mi allontani mentre un vento caldissimo soffiava sui tetti delle case e mi bruciava la faccia.
Altre volte le lasciavo dove qualcuno le potesse trovare, l’ho regalate e donne e a uomini, l’ho appiccicate sui muri delle città rase al suolo dalle bombe.
La notte che raggiungemmo una cittadina nei pressi di Kobane piantando la nostra tenda mi accorsi che eravamo finiti vicino ad una fossa comune. 
Vomitai, poi seppellimmo ogni corpo cercando di dargli un po’ di dignità, lo Scorpione non parlò per sei giorni, non ho mai capito perché proprio sei, perché non sette? 

Le ultime lettere le lasciai lì, ne misi una in ogni fossa, dopo fumammo crack e oppio e ci ubriacammo con un liquore bulgaro trovato in una casa abbandonata. 
Io continuai a vomitare per giorni, a volte sogno ancora le fosse, i corpi, i loro volti mezzi sporchi di terra e di sangue, certe volte mi sogno il postino, mi sembra di sentirlo, mi sembra di sentire le sue poesie nella testa, soprattutto quando il sole inizia a scendere, soprattutto quando il mattino inizia ad accendersi, in quei momenti di mezzo dove il cielo sembra non avere più una fine e il tempo si perde nelle striature biancastre del cielo.

Di tutte le lettere ne ho tenuta solamente una, l’ho messa nella giacca vicino al cuore come se mi potesse proteggere dai proiettili, credo che contenga tutto l'amore dell'universo. La leggo e rileggo ogni notte, a volte ho la sensazione di averla scritta io, a volte ho la sensazione che l'abbia scritta te, che l'abbia data ad Hassan Yusuf da qualche parte del mondo perché la portasse a me, ho la sensazione che le tue labbra l'abbiano baciata prima di consegnarla, certe volte mi sembra di sentirci dentro il tuo profumo, mi sembra di poter vedere i tuoi occhi, il tuo sguardo, il sole che accarezza i tuoi capelli corti mossi dal vento mentre allunghi la mano con dentro tutte le parole che ti sono uscite dal petto, mentre tendi il braccio come se potessi raggiungermi, come se la lettera diventasse un'estensione del tuo corpo, come se fosse un bacio, un'estensione delle tue labbra, del tuo cuore.