Il Giardino, Fantasmi-Estratto



Il giardino




Il giardino credo di averlo visto fin da bambino. Come di sfuggita, una forma vista e subito dimenticata, un santuario gelido che si intravedeva sulla strada che percorrevamo tutti per tornare a casa, come il ricordo di un sogno, una cosa che ti sei scordato e che ti sei dimenticato anche di esserti dimenticato, ma che è lì presente, in una forma evanescente e fantasmatica come una specie di ombra.

Il giardino si intravede da una grata di pietra, devi fermarti a guardarlo per notarlo, e allora lui si mostra come se si disvelasse pietrificato nella sua decadenza naturale, nei suoi alberi tagliati in modo rozzo, nell'erba arida e grigiastra, nelle grosse mura di pietra che sembrano appartenere a una realtà sbagliata.

Credo che io, anzi tutti noi, abbiamo dimenticato il giardino per un lunghissimo tempo. In qualche modo però l'esistenza del giardino ha continuano ad agitarsi come un'anguilla nera sotto la superfice del nostro pensiero o dell'illusione di tale pensiero fino a riemergere in maniera travolgente e andarsi a collegare ad un tempo seppellito e nero, un tempo pietrificato dove tutti noi siamo lì, immobili, estasiati e terrorizzati, paralizzati dalla meraviglia, ad attendere qualcosa con occhi bramosi e bocche spalancate da un orrendo stupore.

***

La fine dell'innocenza, su Crapula Club



Buio: un tonfo sordo scuote il silenzio.
Qualcosa mi svegliò nel cuore della notte.
Mi alzai a sedere con le coperte che mi coprivano fino al petto mentre un leggero freddo scivolava sulla parte nuda del mio corpo. Mi guardai intorno, cercai di vedere meglio, di osservare la figura che si trovava a pochi metri da me immersa nella penombra ma leggermente illuminata dalle poche luci che filtravano dalla finestra. Quella cosa era vicina, così vicina da potermi quasi toccare.
Inorridii.
Mi sentii cogliere dal panico, rimasi immobile per minuti con le coperte sopra la testa, tremando, nella speranza infantile che quel centimetro di lana potesse proteggermi, nella speranza che una volta aperti di nuovo gli occhi quella cosa sarebbe scomparsa.
Passò del tempo, abbassai il lenzuolo e detti un’altra occhiata: pensai che stessi sognando, o che almeno fino a pochi minuti fa avessi sognato, guardai.
La cosa era ancora lì, immobile, non c’era dubbio che fosse lì, adesso la vedevo chiaramente, deve essere morta, qualsiasi cosa sia, pensai, deve essere morta.
Cercai di rimanere immobile, cercai di svegliarmi, ma alla fine mi resi conto dell’impossibilità di sfuggire a quella presenza, potevo rimanere lì anche per ore ma prima o poi avrei dovuto andare in bagno o mangiare o comunque spostarmi, rimasi a riflettere ancora un po’ e alla fine decisi di affrontarla.
Sgusciai fuori dalle coperte con cautela e mi sporsi con la testa dal fondo del letto, allungai il collo cercando di tenermi ancorato al materasso, cercando di evitare il contatto col terreno, la mia vista si abituò al buio, guardai ancora e fu allora che la vidi.
Stava lì, vicino all’armadio, illuminata dalla luce della luna che filtrava dalla finestra.
Era piccola, della statura di un bambino. La pelle era nera, un nero puro, irreale.
Ai piedi portava un paio di scarpette, un vestitino rosso con le bretelle copriva il corpo immobile, le mani erano avvolte da due grossi guanti bianchi e la testa… la testa era grande, rotonda, con due orecchie enormi, orecchie da topo.
Ero sicuro di essere impazzito. Allungai la mano e la toccai, o meglio lo toccai…
Mi accorsi che era freddo, freddissimo. [...]

Mentre l'Italia Brucia, recensito da Antonio Russo De Vivo, su Crapula Club



“Più mi guardo intorno e più mi pare tutto confuso, non posso dire esattamente quando sia iniziato e non posso nemmeno affermare che qualcosa sia effettivamente successo o cambiato o che qualcosa ci sia, quello che posso dire è che forse tutto può essere ricondotto all’infamia di piazzale Loreto, se vogliamo cercare la prima piega, la crepa che ha dato vita al crepaccio sta lì, in quel momento abbiamo perso l’identità, il popolo si è travestito da qualcos’altro, prima con la reazione bestiale poi lavandosi le mani dei fatti, come Ponzii Pilati, facendo finta di aver vinto qualcosa.
[…]
La cosa che più mi spaventa è che è come se stessimo cercando di aggiustare le cose dopo che le cose sono andate completamente storte. Siamo apparecchi rotti che cercano di aggiustare macchinari rotti ma se tutto è rotto la nostra prospettiva è rotta e non so se la soluzione sia effettivamente una soluzione o solo un’aggravante.”
[pp. 85-6]
Mentre l’Italia brucia di Uduvicio Atanagi – autore misterioso, avanguardista e cultore della fantascienza, pare – ha un inizio che ricorda Ginger e Fred (1985) di Federico Fellini: un gruppetto di personaggi dal passato televisivo ai limiti del trash e ormai falliti intraprende un viaggio per partecipare a una trasmissione Mediaset dedicata alle vecchie glorie. C’è il grottesco, tipico del regista, portato però ai massimi livelli, fino alla volgarità, e si sente la mancanza di quella patina poetica sempre presente nella cinematografia del riminese. Questo è solo uno dei diversi limiti di un’opera che scintilla di buoni spunti, di diverse idee, ma che nel complesso non funziona.
Atanagi concettualizza bene la decadenza irrimediabile dell’Italia, che è quanto più gli interessa, e riesce quando si concede certe pause di analisi filosofico-socio-antropologiche che a tratti ricordano Giuseppe Genna (ad esempio il riferimento, sopra, a piazzale Loreto), ma il plot, troppo frammentario, soffre: la coralità regge a fatica.
Altro limite è l’accerchiamento di Silvio Berlusconi, il Colpevole o il Capro Espiatorio, fantasma richiamato sin dalla progettazione dell’opera che individua nella società dello spettacolo televisivo l’annichilimento definitivo degli abitanti/spettatori del ‘belpaese’. Leggendola oggi, in uno scenario diverso rispetto all’epoca berlusconiana, c’è l’impressione che il tutto sia fuori tempo massimo, pur non potendo non cedere alla fascinazione di certi ragionamenti.
Il romanzo, a dispetto dei limiti, giustifica almeno in parte la sua lettura quando ci mette in contatto/conflitto con il vero fantasma della società italiana: il cattolicesimo. Atanagi in questo caso usa bene le armi, affilatissime, del grottesco; indimenticabile l’immagine della bambola gonfiabile con le fattezze di Cristo in grado di simulare la passione, prodotto di sicuro successo e utilissimo agli italiani, eternamente in conflitto con il complesso di colpa.



Uduvicio Atanagi
Mentre l’Italia brucia
Bologna, Meridiano Zero, 2016
pp. 120


Quello che si scopava mia madre

 

© illustrazione di R.Rutigliano


Sai che tua madre era una strega? Sai che tua madre ha fatto parte del partito comunista di Katmandu e dell’insurrezione di Teheran? E ancora, sapevi che tua madre scriveva poesie?
Quello che si scopava mia madre se ne usciva fuori così ogni volta e ogni volta sembrava perdersi in qualche ricordo lontanissimo, la sua testa ondeggiava come quei cani di plastica che vendono nei grandi magazzini e io non riuscivo a capire, cercavo di immaginare e immaginarla, cercavo di capire che tipo di tempo e che tipo di colori e che odori avesse potuto respirare e mi chiedevo io dove stavo andando e mi chiedevo io che cosa stessi diventando esattamente.
Come poteva averla amata se non sapeva niente di lei mi domandavo, però poi capivo che lui sapeva moltissime cose di lei, infinite cose di lei, la conosceva come si conosce il libro più amato, come un film che non smetteresti mai di guardare, ma nonostante tutto, anche adesso che se ne era andata continuava a scoprire frammenti, piccoli particolari, segreti e storie seppelliti nei suoi innumerevoli taccuini, nei cassetti col doppio fondo, negli amici che la venivano a cercare, nelle pubblicazioni sotto pseudonimo, negli articoli di giornale raccolti per anni con quelle strane notizie che forse parlavano di lei.
Aveva frequentato sette e fondato avanguardie, sai che tua madre è stata in prigione? Sai che tua madre ha viaggiato sulla Transiberiana? Sai che quel pezzo di Bowie in realtà parla di lei? Lo vedevo perdersi, lo vedevo inseguirla in certe notti come inseguisse un fantasma che corre verso la luna, lo immaginavo tendere il braccio, gridare, restare immobile senza capire perché se ne fosse andata con gli occhi che si riempivano di lacrime che però non riuscivano a cadere, restavano lì, pronte a scivolare ma ancora lì, al limite dei suoi occhi.

L'occhio

C’è un occhio in camera mia.
L’occhio mi osserva sempre, è apparso quando sono tornato da lavoro o forse stava già crescendo prima perché era tanto che non aprivo l’armadio perché nell’armadio c’erano le cose di mia moglie. È tanto anche che mia moglie non mi parla, è tanto che non la vedo, è tanto anche che mi manca, non ci siamo mai separati perché non stava bene però io ora vivo nel mio appartamento e lei vive non so bene dove e con chi e l’altro giorno che poi era tipo un mese fa mi hanno chiamato e mi hanno detto che mi sto divorziando quindi forse ha trovato qualcuno, quindi forse si sta per sposare o qualcosa del genere, quindi forse sono passati più di dieci anni, a volte mi manca, a volte mi sento solissimo, a volte mi sento mancare l’aria e morire[...]

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illustrazione di R. Rutigliano

Illustrazione @Raffaele Rutigliano

Fantasmi su Sdiario

FU QUANDO SI AMMALÒ CHE MIA MADRE INIZIÒ A PARLARE DELLO SPAZIO Fu quando si ammalò che mia madre iniziò a parlare dello spazio. Lo spazio diceva, milioni di pianeti, diceva, anzi no miliardi, diceva. Io la guardavo e mi perdevo nella sua bellezza, mi perdevo nel modo in cui parlava e mentre parlava vedevo lo spazio, vedevo il buio infinito e luminoso e le esplosioni immense e accecanti che nessuno poteva vedere né sentire, vedevo le navi spaziali, i cilindri volanti entrare e uscire dai vulcani di pianeti ghiacciati, dai deserti lavici di pianeti infuocati, sentivo silenzi immensi e poi melodie impossibili e poi le stelle e la scia delle comete che sono le lumache dello spazio, diceva. [...]


Ankara

Che cosa pensano i cani di Istanbul? Dove si perdono i loro occhi malinconici mentre camminano lenti vicino ai lampioni, mentre la loro pelliccia si sporca nel buio della notte. 
Di cosa parlano i cani di Istanbul? E quelli di Ankara? Parleranno di noi? Possono annusare l'amore? Possono vederlo? 
Si ricorderanno di noi? 

Mentre perdo la mia lingua mi accorgo che adesso posso parlare con i cani, mentre volo a 10.000 metri mi appoggi la testa sulla spalla e mi accorgo che la mia unica casa è una distanza di meno di un metro da te, dopo le tue mani mi cercano mentre dormi, dopo il mio cuore esplode mentre ti sento in ogni parte del mio corpo, dopo qualcosa scintilla lontanissimo, nel cielo, per poi perdersi nelle nuvole. 

Ti ho amata a Lucca, a Livorno, ti ho amata a Camaiore e a Pisa, ti ho amata a Catania, a Firenze, a Viareggio, ti ho amata ad Istanbul, ad Ankara.
La tua bocca ha un sapore diverso ogni volta che ti bacio, i tuoi occhi diventano sempre più profondi ogni volta che mi guardi.
Mentre ti osservo camminare decisa, come le tue labbra, per le vie di Istanbul, mentre ti ascolto parlare, mentre imparo a memoria i tuoi nei, la tua pelle, le sfumature della tua voce, il tuo naso, le varie forme del tuo sorriso, delle tue labbra, il modo in cui canti mentre giri per la nostra casa, mentre cammini fiera, elegante, vicino a me.

Mentre ti amo,

io non posso fare altro che seguirti con lo sguardo, che provare ad afferrarti, che tentare di tenere la tua velocità mentre diventi sempre più bella, mentre le luci di mille città sembrano solo un trucco sul tuo viso, 

come se qualcuno le avesse messe lì solo per te, solo per farti ancora più bella.

Gli esseri umani sono fatti per avere quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi, quattro polmoni, due cuori.

Gli esseri umani sono fatti per avere quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi, quattro polmoni, due cuori.

Forse avevano cercato di dircelo chiamando i nostri nomi al microfono mentre il volo stava partendo, io l’ho capito mentre le tue dita erano intrecciate alle mie, la tua testa era poggiata sulla mia spalla, l’hostess passava di fianco ed io istintivamente ti stringevo a me come per proteggerti. 
Ho capito che senza due polmoni non riesco a respirare bene e ho capito che senza quattro occhi sono praticamente cieco, ho capito che non rido bene senza due risate e che non ragiono bene senza due cervelli, ho capito che mi servono due voci e la tua voce poi mi ha seguito per tutta la notte come se qualcosa di te continuasse a parlare dentro di me anche mentre non c’eri.

Qualcuno mangiava al sedile di fianco, dietro una coppia parlava, in cielo non si vedevano stelle, solo dei leggeri bagliori lontani che comparivano di tanto in tanto e intanto te eri bellissima, le orecchie si tappavano e si stappavano ad intervalli regolari e io capivo che quelle mani, quelle dita, quelle braccia, quelle gambe, quei cuori per essere doppi, per funzionare bene dovevano assolutamente essere i tuoi, dovevano  assolutamente essere i nostri.