Romanzo in uscita nel 2018 con Eris Edizioni



"Diamo il benvenuto a bordo a un nuovo autore: Uduvicio Atanagi. Nel 2018 pubblicheremo il suo romanzo per la collana Atropo Narrativa. È un libro disturbante che sa di terra e di fango e che ci mostra le nostre campagne come non siamo abituati a vederle. Una scrittura potente capace di fare avvertire l'orrore senza descriverlo direttamente. Un libro in pieno stile Eris che proviene dal sottosuolo, da un mondo di narrazioni e percorsi estranei a scuole e riviste letterarie."


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Le cose nella carne, Palude, revisione



Il dolore è una cosa calda vicino allo stomaco, si muove come fanno le meduse, arriva fino all’inizio della gola, è un calore dolciastro e anche amaro, è un calore strano e poi gonfio, come la contrazione di un muscolo acquoso e duro.


La nostalgia, la mancanza è una forma dentro la pancia, la forma di carne ma fatta di vuoto di quello che ci manca, oppure il pensiero che tutti muoiono. Si può sentire la mancanza di qualcosa che non si è ancora perso, forse perché siamo tutti già morti, il vuoto è infinito anche se si estende in una zona precisa, il vuoto sta nella pancia, diventa gravido, come i cadaveri quando si gonfiano tutti, fa male, fa già male per sempre.

La scoperta della cosa nera, Palude, in revisione





Bocca d’acciao invece tremava, dentro di lui in quel momento dovevano muoversi forze contrarie, forze che non potevano coesistere e che dovevano necessariamente annientarsi l'una con l'altra.
Ebbe come la sensazione che qualcosa di viscido e buio si stesse muovendo dentro di lui, un omuncolo fatto di un liquame nero, un omuncolo strisciante che picchiava e urlava e scalciava.
Fu in quel momento che un’energia cupa, ma di una potenza devastante, gli attraversò tutto il corpo facendo drizzare i peli delle braccia, soggiornò all'altezza dei testicoli, si espanse nel glande come una lingua che ci entra dentro, una cosa che ti lecca l'interno.
Allora un pensiero ruppe quegli argini che fino ad allora lo avevano tenuto intrappolato, spaccò la forma di quello che lui desiderava essere, di quello che lui sentiva di dover essere per la sua mamma, per il suo babbo, per la maestra e per tutti gli amici, e allora Bocca d’acciaio, che credeva di essere buono, come in un sibilo disse: dovremmo ucciderlo. Potremmo ucciderlo e nessuno lo troverebbe, e non farebbe più male a nessuno, dovremmo ucciderlo noi, prima che lui ammazzi noi o qualche altro bambino, e secondo me dovremmo farlo adesso.
Poi guardò Sebastian Barsoldi e improvvisamente la scorza dura del ragazzino mostro si dissolse, la sua spavalderia arretrò tremando, lasciando spazio a una forma nuda, a una creatura fragile, una creatura che capiva lo sguardo di Bocca più di chiunque altro, per un istante allora Sebastian Barsoldi si rese conto di avere paura.


Foto: All about Lily Chou chou

La Toscana negli occhi, Palude, in revisione.



Erano finiti così in in mondo di roulotte e strade sterrate, un mondo marginale dove il loro tetto era stato il cielo stellato, filtrato da quella patina di polvere sporca che si accumulava incessante sul parabrezza dall'auto.
Avevano vissuto in movimento, rimanendo solo per periodi limitati nei luoghi più oscuri ed esotici della regione. Paesini dimenticati da Dio, depressioni nella terra popolate da poche decine di anime che sembravano spettri, o ricordi di un tempo passato.

A Teresio era rimasto impresso il giallo. La Toscana non è verde, è gialla, è il giallo ardente dei campi di grano dove il sole sembra vomitare una luce accecante e cupa che poi tende a tonalità più scure. Colori per cui non sono ancora nati occhi adatti a vederli, desolazioni che si possono percepire solo con il cuore o con lo stomaco, con sensi nuovi e abissali che si annidano nelle profondità della carne. Poi avevano visto le ville, le società che ammiccavano a rituali antichi o scimmiottavano antichi misteri, avevano visto i colletti degradarsi, riempirsi di vermi, un senso di sporco nascosto da una lucentezza apparente. I corpi degli omicidi rituali dei mostri, ancora lì, carie, fantasmi, spiriti inquieti che vagavano per i boschi, l'inferno accecante di Fiesole, l'esoterismo storpio di certe aree suburbane o profondamente urbane fatte di arcate e forme, e architetture ecclesiastiche che parevano ambire a qualcosa d'altro, come se guardando un rosone il rosone potesse cominciare a girare e con lui a girare anche lo spirito, come quei mostri messi fuori dalle chiese, a spaventare, a dissuadere, non entrate oppure entrate, guardate l'orrore negli occhi, scopritene la polpa più morbida, la nudità segreta.

Roberto, poco prima dell'abisso - Palude, in corso


"La ragazzina lo seguì per mano, Roberto la guardò, sentì il suo respiro farsi più peso, sentiva solo quello, il respiro e il cuore. Come se ogni suono scomparisse, come se ogni cosa fosse ovattata. Gli sembrava di essere sul fondo di un mare nerissimo, si immaginò quelle creature degli abissi che aveva visto in un documentario all'autogrill insieme a Teresio. Desiderò essere una di quelle cose, allungarsi a spirale, brillare nel buio oceanico, distendersi trasparente nel gelo abissale, galleggiare. Strattonò la ragazzina e lei gli sorrise, un sorriso che celava la paura, un sorriso di quelli di quando hai paura e il corpo sorride, come certe bestie, come dare la gola sperando di essere risparmiati."

I bambini di Palude




I ragazzini della palude hanno qualcosa che non va, la muffa deve aver preso il controllo del loro corpo, oppure un’alga gli deve essere entrata nel cervello. Quando parli con un ragazzino della palude non parli con un ragazzino normale, parli sicuramente con una cosa che gli si è depositata dentro, che gli è entrata dal naso e poi è strisciata fino a dietro gli occhi e ha iniziato a fare quello che gli pare.
I ragazzini della palude si vestono in dei modi strani, raccolgono le cose in terra a se le mettono addosso o anche in faccia, non si sa bene nemmeno come abbiano fatto a sopravvivere lì, che cosa mangino e cosa facciano.
Nessuno va mai alla palude e a nessuno interessa andarci, tranne a qualche pazzo o a quei tizi che delle volte passano di qua e fanno domande strane, poi li ritrovano persi e deliranti tutti coperti di fango e di schiuma.
I ragazzini della palude puzzano in un modo tremendo e quando qualcuno dei loro si sposta per andare in qualche altro posto, tipo non so; dai ragazzini della montagna o dai ragazzini dei campi, allora tutti si mettono dei fazzoletti in faccia o delle cose per non sentire l’odore e tutti si guardano l’un l’altro e alcuni ridono alle spalle dei ragazzini di palude ma ben attenti a non essere visti, anche se delle volte li chiamano cenciosi o puzzaterra.
Delle volte i ragazzini della palude fanno dei discorsi strani, si trovano bene con quelli dei campi, meno bene con quelli delle montagne, di sicuro non gli piace il castello, anche se in molti sospettano che abbiano un qualche tipo di legame col castello, io sinceramente non ne voglio sapere niente e fareste bene a non ficcarci il naso nemmeno voi.
Si dice che nella palude ci abitasse una strega o una vecchia o forse più vecchie o più streghe. Si dice che sia la vecchia o la strega o le vecchie ad aver cresciuto i ragazzini della palude, poi la vecchia è morta anche se qualcuno in giro dice che l’hanno ammazzata loro.
Non so se questa vecchia fosse buona o cattiva, tanti però si immaginano la vecchia trascinata via dai ragazzini della palude, la tirano per i capelli e poi la tirano per le gambe, la vecchia urla e anche se era cattiva alla maggior parte dei ragazzini dei monti e dei campi non sembra che se lo meriti.
Ai ragazzini dei boschi invece non importa, anzi non si sa se gli importa; dei ragazzini dei boschi sanno poco praticamente tutti, forse anche i ragazzini delle paludi, forse anche il castello non ne sa niente, il castello che se ne sta là in alto ad osservare la palude, i campi, le montagne, i boschi e poi tutta la vallata che si estende a perdita d’occhio, sterminata, dove come una foschia o una nebbia, dai prati gialli e verdi e neri si alza soltanto il silenzio.
I bambini si ritrovano insieme solo per un giorno speciale. È il giorno che i bambini del bosco iniziano a comparire tra gli alberi. Li vedi di notte, prima come luci lontane, poi come luci che da luci diventano bambini del bosco, vedi le loro maschere che si illuminano bagnate dalle torce che tengono in mano. Allora tutti i bambini: quelli della palude, quelli dei campi e quelli delle montagne, vanno verso la foresta, seguono le luci, camminando silenziosi nel buio del bosco.
I bambini del bosco formano una specie di corridoio, a volte sono molto distanti uno dall’altro, allora i bambini cercano di adattare gli occhi all’oscurità, cercano di scorgere la prossima torcia, una lingua di luce che pulsa tra i rami e le foglie.
Alla fine raggiungono il tempio, il tempio si erge nella foresta, si vede male, è buio, la sagoma del tempio emerge dall’oscurità come una tonalità più nera del nero, simile a quella delle ossa, come una cosa fatta di ossa nel buio.
Davanti al tempio i bambini camminano in fila, non dicono niente, tengono la testa china, i bambini del bosco ne fanno entrare pochi per volta.



Io sono un lupo, tu sei uno splendido cavallo bianco - Palude, in corso



Smettila dissi, smettila, lui ricominciò il suo gioco violento. Mi stringeva, mi teneva le mani, poi mi buttò in terra e io sentii male e mi sentii soffocare perché mi schiacciava con forza. Faceva dei versi, dei rumori come se fosse una bestia, lo faceva per farmi paura o perché forse mi odiava perché io lo avevo abbandonato, perché io ero scappato dal suo mondo e l'avevo lasciato solo.
Mi colpì nella pancia e fece come un ululato e non capivo se rideva o piangeva. Poi tirò fuori la lingua, mi strappò la maschera e iniziò a leccarmi la faccia.