Gli scrittori morti



Al culmine della disperazione, inebriato da un'ansia impetuosa, iniziai a frequentare chiese e cimiteri, a dormire nelle bare dei morti, a cospargermi il volto della sabbia che producevano i loro corpi.
Riuscivo così a sentire mondi e parole nuove, disteso anche io in una valle di lapidi che pareva non avere fine, perché solo i morti sono in grado di dire le cose chiaramente, per accenni.
Bisognerebbe leggere solo scrittori morti. solo la morte nella sua assolutezza è capace infatti di rendere una parola importante, solo chi ci parla dal vuoto, dalla fine, dalla rovina, può dire qualcosa di un qualche valore. Quindi non mi ascoltate, lasciate perdere questa bocca scheletrica, questa faccia tinta da morto con la polvere che fanno i morti. lasciate che gli spettri prendano vita e forma in una caccia a qualcosa di immenso che è già stato arpionato, abbattuto, che già giace in qualche profondità a consumarsi vacuo, immenso e solo, la sua carne che già inizia a mostrare le ossa bianche e splendenti, la carne che si ritrae sconfitta, rosicchiata dal tempo.

Le tombe




Quando tornavamo a casa sporchi, luridi, con addosso l’odore di morte, di solito i nostri genitori si arrabbiavano.
La mamma mi proibiva di tornare al cimitero, mi diceva che suo nonno le aveva detto che una volta sua madre le aveva detto che se andavi troppo al cimitero prima o poi i morti ti sarebbero venuti a cercare in casa o nei sogni o nei campi o a tirarti le lenzuola mentre dormivi, oppure saresti diventato direttamente te un morto, un giorno ti svegliavi a bum! Eri dentro una bara o sotto la terra oppure eri a casa tua ma eri morto e ti cadeva il naso e i denti e i capelli.
Di solito poi mi mandava a letto senza cena o mi faceva mangiare le verdure più puzzolenti che aveva, altre volte il babbo mi dava un ceffone e mi diceva, coglione non ci andare mai più e lascia stare le anime di quei disgraziati e poi stringeva il pugno e me lo poggiava sulla fronte per farmi capire che mi avrebbe spaccato la testa.


Nel complesso a me andava piuttosto bene, perché quando andavamo al cimitero e venivamo scoperti, per qualche giorno Sebastian Barsoldi non si vedeva più in giro. Però la notte da casa mia si sentivano delle urla, arrivavano dalla villa Barsoldi, urla ritmiche, di una precisione chirurgica, seguite da un suono affilato di frusta che rimbombava per tutta la valle. Io mi affacciavo alla finestra, annusavo l’aria, le stelle, poi annusavo le urla di Sebastian Barsoldi.

Gli animali




Il mondo è pieno di dolore, gli animali lasciano le loro case e si incamminano verso le montagne. Ci sono gatti, cani, criceti, uccellini, serpenti, topini, ci sono bestie di ogni tipo, alcuni hanno dei collarini scintillanti altri cappottini, cose per proteggerli.

I padroni si svegliano nella notte, trovano le cucce, i divani, le sedie, i cuscini, le coperte, i tappeti, le poltrone, le amache, le mensole, i tavoli vuoti, ci sono tracce di calore, forme, piccoli sprofondamenti sulla superficie, ci sono segni delle creature che amavano.

Escono fuori e trovano altri padroni, sono usciti anche loro, si guardano, non dicono niente, ci sono centinaia di persone in pigiama, tremano dal freddo, hanno paura, guardano verso le montagne, il cielo sta diventando blu scuro, dentro di loro sentono crescere una strana nostalgia, un senso di fallimento e di cose perdute, una gigantesca disperazione.

L'aquila dove vivono gli scheletri nel cabinato del mare



Stiamo giocando agli arcade del mare anche se abbiamo i giochi sui telefonini, il 3ds e le console  a casa. Gli arcade del mare sono ancora belli, ci fanno pensare a delle cose passate, ci fanno pensare a un mondo antico e disabitato, guardiamo i cavalieri e i mostri di pixel, li guardiamo morire. Abbiamo fatto una raccolta di spiccioli così giochiamo di più. Dovremmo giocare tutti ma invece giocano solo quelli pù forti. Solitamente Sebastian Barsoldi è fortissimo e anche adesso gioca Sebastian Barsoldi. Lui usa il cavaliere, a noi di solito piace usare il nano, la donna non la usa nessuno, la usano solo le donne come Giulia, Chiara o Milena.
Sebastian Barsoldi sta sconfiggendo il terzo boss, è un’aquila gigante, un corpo gigante di aquila dove vivono tantissimi scheletri. Ci chiediamo cosa facciano gli scheletri tutto il giorno, a cosa pensino gli scheletri sull’aquila quando non c’è il cavaliere e non c’è Sebastian Barsoldi, quale malinconia, quale solitudine possano vivere, da dove venga quell’aquila e come sia entrata in contatto con il suo universo di scheletri.
Ucciderla è in qualche modo necessario, fa parte delle nostre lezioni, fa parte del nostro percorso, ucciderla è parte integrante del Circolino Crepuscolare. No non che non proviamo dispiacere o disperazione per l’aquila e gli scheletri, è solo che è necessario. Mentre l’animale gigante crolla sotto i colpi della spada di Sebastian Barsoldi noi ci immaginiamo un’aquila scheletro in un mondo di scheletri. Il ragazzino mostro sta uscendo dal mare. È vivo, dice uno di noi. Io non ho visto la testa emergere per almeno un’ora, dice un altro. È strano, dice Milena, però dovreste conoscerlo, dovremmo invitarlo a una delle nostre sedute.
Sebastian Barsoldi non dice niente, Sebastian Barsoldi continua a giocare. Il ragazzino in lontananza è un puntino nero e gocciolante sopra la spiaggia che adesso è deserta, sembra un mostro marino. 

L'insetto, estratto




La voce dell’insetto non saprei bene come definirla, potrei però provare a descriverla come quel tipo di voce che dovrebbe uscire dalla gola di un ragno, una specie di stridulo urlo profondo lanciato da centomila gole di insetto.
L’insetto poi non parla correttamente, i suoni che emette sono tentativi di imitare il linguaggio umano. Sono io che riporto le sue frasi in maniera corretta, per esempio quando l’insetto vuole sapere come sto chiede, tsu cvome esserte. Tu come essere, di conseguenza, come stai?

Il linguaggio dell’insetto è in qualche modo brutale e primordiale ma non difficile da comprendere.

Io e l’insetto parliamo di molte cose, anche se lui non sempre è loquace. Passano giorni e giorni dove l’insetto si limita a ansimare, come quella volta che si è riempito di bubboni che gli rompevano il guscio e allora ho dovuto pulirlo e lavarlo e strizzare uno a uno i bubboni, lasciando fuoriuscire cose gialle e nere, cose di un giallo accesso che pare accecarti e mostrare mondi giganteschi dove si ergono edifici impossibili immensamente vuoti, e di un odore che pare corromperti l’anima e il cuore, eccitandoti in un piacere segreto, come una piccola scarica elettrica costante all’altezza dei genitali.

Il castello, estratto





Le cose non andavano bene in casa De Mita, è così che ho iniziato a uscire dal corpo.
Di solito succede la notte ma negli ultimi tempi dormo così tanto che succede praticamente sempre. Ho imparato a dormire più del dovuto e in qualsiasi condizione. Ho imparato a isolare le orecchie dalle urla, ho imparato a isolarmi da tutto.

All'inizio però capitava solo nelle ore dove normalmente avrei dormito, o quando sfinito divorato dal dolore e dalle lacrime mi buttavo sul letto e mi coprivo la testa con le coperte. Chiudevo gli occhi e iniziavo a vedere delle distese sconfinate. Una forte luce bluastra che bagnava come una lingua i contorni crudeli dei monti, e poi campi infiniti di cui non si vedeva la fine. Poi ho iniziato a sentire il vento, un vento che ti sferza la pelle, un vento che è freddo e caldo e che mi accarezzava ai primi segni di stanchezza, come un richiamo.
Sono cominciati così i miei pellegrinaggi notturni, poi è diventato normale, anzi mi è sempre sembrato normale, entravo nel letto e uscivo dal mio corpo.

Solo quell'infinito, quel nulla che mi circondava mi dava finalmente la pace. Sono stato immobile per giorni, seduto su una pietra a guardare l’evoluzione degli astri nel cielo. Le strane luminosità, la forma oscura e disabitata delle cose.

foto: Laurent Grasso

La casa di nonna- Le cose orrende, estratto





Le notti si susseguivano nere sopra la casa che impercettibilmente scendeva ancora più a fondo.
La terra deve essere marcia, aveva ipotizzato lo zio. Oppure le fondamenta, oppure qualche bestia le sta mangiando, qualche tipo di insetto, di ortica.
Era una delle discussioni che si svolgevano con i vicini, discussioni fatte un tempo col padre del ragazzino mostro, discussioni che finivano sempre in silenzi, nell'osservare dubbioso di quella struttura sbagliata.
Mi fa schifo, aveva detto una volta lo zio. Mi fa schifo.

Aveva poi cominciato a colpire il muro con una vanga, lo aveva colpito fino a sfinirsi, fino  a farsi male. In quello scatto, in quella violenza, qualcosa dentro di lui era emerso, o era solo diventato più chiaro. Un senso di vomito e malessere, un senso di oppressione e orrore che lo aveva riempito, impregnando il suo sangue, la sua anima.

A volte, prima di andare a lavoro usciva fuori, annusando l’aria che aveva l’odore del freddo. Il bosco allora gli si manifestava selvaggio, come se il buio, in quella gola, fosse più buio del buio. C’era qualcosa di splendido e qualcosa di mostruoso in quell'ambiente. A pochi chilometri da Lucca, il paese, e in particolare la gola dove si ergeva quella casa, sembravano cancellare ogni segno di civiltà. Senza voltarsi, rivolti verso le braccia tremanti degli alberi, quel luogo poteva far pensare al mondo prima del mondo. Una realtà virginale e violenta, la natura più dura e crudele, dove le prime forme di vita dovevano avere lanciato, simili a urla, i loro primi vagiti.